La scorsa settimana, in una delle tante sere davvero calde, avevo voglia di staccare un po', non volevo vedere un film intero, ma mi era arrivata la notifica che era uscita la terza stagione di Another Self, la serie turca su Netflix di cui avevo già divorato le prime due. E come mi succede sempre con le serie tv, ho pensato "dai, sono stanca, guardo solo un episodio".
Alle tre del mattino stavo ancora lì, gelato in mano, sdraiata sul letto con il ventilatore sparato addosso, ad aver finito tutta la stagione in una notte sola.
Non è un caso che sia successo proprio in questo periodo.: il 2026 mi sta mettendo parecchio alla prova, e sto facendo anche io molto lavoro su di me in questi mesi. Tra le altre cose, stavo lavorando proprio in quei giorni a qualcosa di bello, che scoprirai alla fine di questo articolo.
Prima di andare avanti, una premessa: in questo articolo non trovi nessuno spoiler sulla trama. Che tu abbia già visto la serie o no, puoi continuare a leggere tranquilla, perché per me è solo lo spunto per una riflessione più ampia. Ti do giusto un minimo di contesto, se non conosci la serie: Another Self racconta di tre amiche, Ada, Sevgi e Leyla, che durante un viaggio verso una città di mare si ritrovano, ognuna per motivi suoi, a dover fare i conti con la propria storia. E in qualche modo, tornare a casa. Tornare a se stesse.
Cosa ci insegna Another Self sul fare pace con il passato
La serie porta l'attenzione sulle costellazioni familiari, un approccio molto bello che conosco e che non è però il mio campo nè qualcosa che porto nelle mie sessioni. Ma c'è un momento che mi ha fermata davvero. Ada, una delle protagoniste, dice una frase semplice: per cambiare il futuro dobbiamo prima fare pace con il passato.
L'ho riascoltata due volte, mettendo in pausa.
Perché è esattamente quello che fanno tutte e tre le protagoniste per tutta la serie. Ognuna torna nella propria storia, in tutto quello che si porta dietro senza nemmeno saperlo. Percorsi diversi, stesso punto d'arrivo: tornano a casa, quella parte di loro che avevano perso di vista, quella che riconosci solo quando ci sei dentro davvero.
Non serve conoscere le costellazioni familiari per sentire che questa frase dice qualcosa di vero. Fare pace col passato è il punto da cui parte qualsiasi cambiamento reale, quello vero, non quello di facciata. Continua a bussare ogni volta che provi a spingerti oltre senza aver chiuso quel conto. Puoi cambiare casa, lavoro, relazione, ma le stesse dinamiche ti seguiranno, vestite in modo diverso.
Dopo Another Self, quando lavorare su di sé diventa solo un altro compito
Nei giorni dopo aver finito la serie, mi sono imbattuta in due conversazioni quasi identiche. Una cliente che ha iniziato da poco un percorso con me mi ha confessato che era quasi tentata di mollare tutto. Stufa di scavare, di dover capire, di dover analizzare ogni cosa. E parlando proprio di Another Self con un'altra persona, mi sono sentita rispondere più o meno la stessa cosa: "le costellazioni familiari non le conosco, ma ho già abbastanza problemi in questa vita. Non ho nessuna voglia di andare a scavare nel passato e nella famiglia."
Ti capisco, se hai pensato la stessa cosa anche solo per un secondo.
Il mondo del lavoro su di sé, negli ultimi anni, si è riempito di parole grosse: bisogna uscire dalla zona di comfort, bisogna spingersi oltre il limite, bisogna scavare, sempre più a fondo, come se la verità fosse sepolta chissà dove e dissotterrarla con fatica fosse la soluzione a tutto.
Da me arrivano tante donne che hanno già fatto questo lavoro. Hanno capito moltissimo di sé: da dove vengono certi schemi, perché si ripetono, cosa li ha creati. E poi restano lì, ferme, con tutta questa consapevolezza in mano e la stessa domanda: "ok, ho capito. E adesso cosa faccio?"
Capire è necessario, è il primo passo. Ma se resta solo quello, diventa un compito in più da portare avanti, un'altra cosa da fare bene, un'altra prestazione. Esattamente come tutto il resto della tua vita.
Piccoli passi per cambiare: quando capire non ti basta più
Negli ultimi anni si è diffusa l'idea che per cambiare bisogna spingersi il più lontano possibile dalla propria zona di comfort. Per qualcuna funzionerà anche, ma il problema è che la mente non distingue tra un pericolo vero e una situazione semplicemente nuova: reagisce con lo stesso allarme a entrambe.
Ho lavorato per anni in contesti di formazione e crescita personale dove la parola d'ordine era proprio questa: spingere le persone il più lontano possibile dai propri confini. Ricordo bene l'effetto che faceva. Corsi di più giorni, in un contesto creato apposta con adrenalina, entusiasmo, quella sensazione di essere finalmente vive. Il problema arrivava dopo, quando le persone tornavano nella loro vita di tutti i giorni senza gli strumenti per reggere quello scarto. L'effetto svaniva in pochi giorni, e spesso restava addosso una sensazione peggiore di quella di partenza.
Per questo oggi lavoro diversamente. Prima di spingerti fuori da qualsiasi confine, voglio che tu sappia bene dov'è quel confine. Che tu conosca il tuo perimetro: chi sei, cosa ti definisce oggi, cosa invece no. Solo dopo, un passo alla volta, si esplora quello che sta fuori. Si prova, si osserva se sta bene, e si decide se quel pezzo di mondo nuovo entra a far parte di chi sei oppure resta fuori.
Sono i piccoli passi, il miglioramento dell'1% alla volta, in cui credo profondamente: non un salto, un passo alla volta, misurabile, sostenibile.
Il gioco è una cosa seria (chiedilo a un bambino)
Nei percorsi che faccio con le donne c'è sempre, in un modo o nell'altro, un pezzo di lavoro che riguarda proprio questo: tornare a ricollegarti alla tua parte bambina (come fanno anche le protagoniste di questa serie, che tutte tornano, in qualche modo, a quando erano bambine, sia per risolvere delle situazioni, sia per ritrovarsi).
La nostra parte bambina è quella giocosa, creativa, piena di energia, che negli anni abbiamo “chiuso in cantina”, come dico sempre alle donne con cui lavoro. Un po' come fa un genitore con un figlio quando gli ripete, per anni, che non è il momento, che non c'è tempo, che siamo impegnate a fare altro: a furia di sentirselo dire, quella bambina smette di chiedere. Smette di giocare. E resta lì, senza più chiedere niente.
Il problema è che poi, da adulte, non sappiamo più cosa ci piace fare. Ci nascondiamo dietro la scusa del tempo o dei soldi, quando in realtà si può ricominciare con quasi nulla: sdraiarti su un prato, salire su un'altalena, comprarti il gelato che mangiavi da bambina.
Sono piccoli passi anche questi, probabilmente i più difficili da fare da adulte. Chiedilo a un bambino: quando gioca ci mette un'attenzione e una dedizione che da adulti fatichiamo a ritrovare, come se giocare fosse l'opposto di essere adulti e fare cose serie.
Tornare a casa, un passo alla volta
C'è un ultimo pezzo di questo discorso che di solito non raccontiamo abbastanza e che anche nella serie another Self emerge: il corpo parla, sempre. Manda segnali continui, piccoli, spesso silenziosi. Ma siamo bravissime a non ascoltarli, finché non diventano qualcosa di più serio: una malattia, un crollo, qualcosa che finalmente ci obbliga a fermarci.
Forse il vero lavoro su di sé è proprio questo: imparare ad ascoltare, prima che il corpo debba urlare per farsi sentire. Un passo alla volta: fare pace con un pezzo di passato, ritrovare qualcosa che ti piaceva da bambina, ascoltare cosa ti dice il corpo prima che diventi urgente.
Ada e le sue amiche, in Another Self, ci mettono tre stagioni per tornare a casa. Tu non hai bisogno di tre stagioni. Hai bisogno di iniziare, con gioia e entusiasmo, magari insieme ad altre donne.
Quella cosa bella di cui ti parlavo all'inizio, era proprio questa: dal 15 al 21 luglio torna la sfida gratuita Verso Casa: sette giorni pensati apposta per tornare verso te, verso la tua casa, un passo alla volta, senza doverti spingere oltre nessun limite. Iscriviti alla sfida Verso Casa.



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